Con tanti limiti, codici e tecnologia perché succedono sempre incidenti?
La risposta forse è più semplice di quanto sembri: possiamo rendere sempre più sicure le automobili e sempre più controllate le strade, ma alla guida resta ancora l'essere umano. E l'essere umano può distrarsi, avere fretta, essere stanco, sbagliare una valutazione oppure credere di avere tutto sotto controllo proprio nel momento in cui non lo ha più.
La tecnologia aiuta, ma non può fare miracoli
Le automobili moderne sono enormemente più sicure rispetto a quelle di qualche decennio fa. Frenata automatica, controllo della stabilità, mantenimento della corsia, sensori di parcheggio, rilevamento degli ostacoli e sistemi che avvisano il conducente sono strumenti preziosi.
Ma nessun dispositivo può cancellare completamente una curva presa troppo velocemente, una distanza di sicurezza inesistente o uno sguardo al telefono proprio nel momento sbagliato. La tecnologia può correggere alcuni errori, non tutti.
Anzi, esiste persino un piccolo paradosso: più l'auto sembra sicura, più qualcuno può sentirsi sicuro. E sentirsi troppo sicuri può portarci ad abbassare l'attenzione.
Il limite di velocità non è un obiettivo da raggiungere
Se troviamo un cartello con scritto 90 km/h, non significa che dobbiamo necessariamente andare a 90. Significa che quella è la velocità massima consentita in condizioni normali.
Se piove, c'è nebbia, la strada è sporca, arriva il buio o il traffico aumenta, la velocità realmente sicura può essere molto più bassa. Questo concetto sembra banale, ma probabilmente è uno dei più importanti: guidare bene significa adattarsi alla situazione, non soltanto rispettare un numero scritto su un cartello.
Il telefono: pochi secondi che diventano metri
Una delle grandi contraddizioni della nostra epoca è avere automobili piene di sistemi elettronici pensati per proteggerci e poi utilizzare, mentre guidiamo, un apparecchio capace di distrarci completamente.
Arriva un messaggio. Una notifica. Una telefonata. Pensiamo: “guardo soltanto un secondo”. Ma durante quel secondo l'automobile continua a muoversi. La strada non aspetta che abbiamo finito di leggere WhatsApp.
E non serve necessariamente avere il telefono in mano. Anche cercare una canzone, cambiare continuamente impostazioni sul display o concentrarsi troppo sul navigatore può portarci a guardare meno ciò che davvero conta: quello che succede davanti a noi.
Fretta e nervosismo sono pessimi passeggeri
Poi c'è la fretta. Dobbiamo arrivare cinque minuti prima, superare quello davanti, recuperare il tempo perso al semaforo. Ma quanto tempo guadagniamo realmente?
Spesso pochissimo. In compenso aumentano sorpassi, accelerazioni, frenate e decisioni prese in pochi istanti. Una strada non dovrebbe essere una gara e chi procede davanti a noi non è un avversario.
Anche il nervosismo cambia il nostro modo di guidare. Quando siamo arrabbiati diventiamo meno pazienti, interpretiamo come provocazioni comportamenti magari innocui e siamo portati a rischiare inutilmente.
Stanchezza: il pericolo che spesso sottovalutiamo
Dell'alcol si parla giustamente molto. Della stanchezza forse ancora troppo poco. Guidare dopo molte ore senza riposo, soprattutto di notte o dopo una giornata pesante, può ridurre attenzione e tempi di reazione.
Il problema è che la stanchezza non sempre arriva annunciandosi chiaramente. Possiamo pensare di stare bene fino a quando gli occhi diventano pesanti, perdiamo per qualche secondo la concentrazione o non ricordiamo nemmeno gli ultimi chilometri percorsi.
E poi ci sono le strade
Non possiamo attribuire tutto al conducente. Segnaletica poco visibile, illuminazione insufficiente, buche, incroci progettati male, vegetazione che limita la visuale e manutenzione carente possono aumentare il rischio.
Nelle nostre zone molisane conosciamo bene anche strade di montagna, curve strette, cambiamenti improvvisi del tempo, animali selvatici e tratti nei quali bisogna guidare con particolare prudenza.
Chi conosce una strada, però, deve fare attenzione a un altro inganno: l'abitudine. Proprio perché percorriamo lo stesso tratto ogni giorno possiamo convincerci di conoscerlo perfettamente. Ma oggi dietro quella curva potrebbe esserci un trattore, un ciclista, un animale, un'auto ferma o semplicemente qualcosa che ieri non c'era.
Possiamo scrivere mille regole
Possiamo aggiungere nuovi cartelli, nuove multe e nuovi dispositivi. Servono, naturalmente. Ma nessun Codice della Strada potrà mai contenere una norma del tipo: “usa il buon senso”.
Eppure è proprio quello che spesso salva una situazione. Lasciare qualche metro in più. Aspettare prima di superare. Fermarsi quando siamo stanchi. Rinunciare a rispondere al telefono. Accettare di arrivare cinque minuti dopo.
Forse il problema siamo ancora noi
Abbiamo costruito automobili capaci di vedere un ostacolo, leggere un cartello e accorgersi se stiamo uscendo dalla corsia. Alcune riescono perfino a frenare prima di noi. È straordinario.
Ma c'è una tecnologia vecchissima che rimane indispensabile: il cervello di chi guida.
Dovremmo accenderlo insieme al motore.
Forse gli incidenti continueranno a esistere finché esisteranno gli imprevisti e gli errori umani. Però possiamo ridurli enormemente ricordandoci una cosa elementare: sulla strada non dobbiamo dimostrare quanto siamo bravi, veloci o sicuri di noi.
Dobbiamo semplicemente arrivare. E possibilmente permettere anche agli altri di arrivare.
Perché perdere qualche minuto può dare fastidio. Perdere una vita è tutta un'altra cosa.