Molise, l’archeologia sparsa dovunque: facciamo un giro
Il bello è che si parte da molto, molto lontano
Se vogliamo davvero “fare un giro” nell’archeologia molisana, il punto di partenza ideale è Isernia La Pineta. Qui non si parla soltanto di antichità romana o sannitica, ma di preistoria profonda: il Museo Nazionale del Paleolitico riporta al centro il sito di Isernia La Pineta e conserva anche il celebre dentino da latte di un bambino di circa 5-6 anni, datato a 586.000 anni fa, tra le testimonianze umane più antiche d’Italia.
Poi si scende a Sepino, dove le pietre parlano chiaro
Da Isernia si può continuare verso Altilia-Saepinum, uno dei luoghi più affascinanti del Molise. L’antica città romana sorse non lontano da un precedente centro sannitico posto sulla montagna di Terravecchia, e il suo impianto si lega anche agli antichi percorsi della transumanza, lungo quello che sarebbe poi diventato il tratturo Pescasseroli-Candela. Qui il passato non va immaginato troppo: lo si attraversa davvero, passo dopo passo.
Se il Molise avesse un palcoscenico antico, sarebbe Pietrabbondante
Il Santuario Italico di Pietrabbondante è forse il colpo al cuore del viaggio. Il Ministero della Cultura lo definisce la più importante testimonianza architettonica della religiosità dei Sanniti Pentri. Il complesso tempio-teatro, appoggiato in posizione scenografica sul versante di Monte Caraceno, guarda la Valle del Trigno dall’alto e trasmette ancora oggi una forza quasi teatrale, ma senza finzione: qui la storia è vera, ruvida, scolpita nella pietra.
Larino dimostra che il Molise non finisce ai Sanniti
Proseguendo il giro, Larino ricorda che questa terra è stata attraversata da popoli, commerci e incroci continui. L’area archeologica conserva la memoria della città romana e dell’anfiteatro, ma il sito era frequentato già in età preistorica e protostorica; in epoca preromana fu anche un centro importante nel territorio dei Frentani meridionali, in collegamento tra costa adriatica e Sannio interno. Tradotto: non un posto di margine, ma un punto vivo di passaggio e relazione.
:contentReference[oaicite:5]{index=5}E quando pensi che il giro sia finito, arriva San Vincenzo al Volturno
Qui l’archeologia cambia tono e diventa medievale, ma non perde intensità. Il complesso monumentale di San Vincenzo al Volturno, tra Castel San Vincenzo e Rocchetta a Volturno, nacque in un’area strategica lungo il fiume e, dopo i privilegi ricevuti da Carlo Magno, divenne uno dei centri monastici più potenti e influenti d’Europa. In pratica, nel cuore del Molise c’era un luogo che dialogava con la grande storia del continente.
E non finisce qui
La sensazione più bella, in Molise, è che ogni tappa ne chiami un’altra. San Giovanni in Galdo conserva un’area sacra con tempio, porticati e recinto, frequentata per secoli tra età sannitica e romana. Monte Vairano, tra Busso e Baranello, racconta invece un importante centro del Sannio Pentro sviluppato tra IV e III secolo a.C. Insomma, l’archeologia qui non è l’eccezione: è quasi il sottofondo del paesaggio.
Facciamo davvero questo giro?
La verità è semplice: il Molise va visitato piano. Non è una regione da consumare, ma da ascoltare. Un giorno per Isernia e Sepino, un altro per Pietrabbondante, poi Larino, poi San Vincenzo al Volturno. E in mezzo strade secondarie, panorami, silenzi, paesi piccoli e quella strana sensazione bellissima di stare camminando sopra secoli e secoli di vita. Altro che “non c’è niente”: in Molise c’è così tanto passato che, spesso, ci passa sotto i piedi senza nemmeno accorgersene.
:contentReference[oaicite:8]{index=8}Forse è proprio questo il suo fascino più forte: non ti travolge, ti conquista poco alla volta. E quando torni a casa, ti resta addosso un pensiero semplice ma testardo: in Molise l’archeologia non è chiusa nei libri, è ancora fuori, sparsa dovunque, pronta a farsi incontrare.